Gerusalemme capitale di Israele, inferno a Gaza

Alta tensione in Medio Oriente, con scontri fra manifestanti ed esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania, nel giorno in cui si inaugura l’ambasciata americana a Gerusalemme e si celebrano i 70 anni della nascita dello stato d’Israele. 

14 maggio 2018, è la data di questo storico trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, implicito riconoscimento, da parte USA, della “città santa” come capitale dello stato di Israele. Già in questo primo giorno, sono oltre 52 i manifestanti palestinesi uccisi a Gaza negli scontri con l’esercito israeliano. I feriti sono circa 2.500, 27 quelli in gravi condizioni. Tra i palestinesi uccisi ci sono “anche sei minori”. Lo afferma Amnesty International denunciando una “ripugnante violazione delle norme internazionali e dei diritti umani”. Tra i 2.000 feriti, molti sono stati colpiti alla testa e al petto. Oltre 500 sono stati feriti da pallottole.

Scontri anche in Cisgiordania, durante la marcia di protesta partita da Ramallah e diretta alla barriera di sicurezza di Qalandiyah, vicino Gerusalemme, e a nord di Betlemme, a Nablus e a Gerico. L’esercito israeliano ha praticamente raddoppiato gli uomini sia in Cisgiordania che al confine con la Striscia di Gaza. Un migliaio di poliziotti sono stati dispiegati a Gerusalemme per garantire la sicurezza dell’ambasciata. I caccia israeliani hanno lanciato volantini sull’enclave palestinese esortando gli abitanti a non lasciarsi manovrare da Hamas come delle marionette e a restare lontani dal confine con lo Stato ebraico. “L’esercito israeliano – si legge nel volantino in arabo – è pronto ad affrontare qualsiasi scenario e agirà contro ogni tentativo di danneggiare la barriera di sicurezza o colpire militari o civili israeliani”.

A New York le Nazioni Unite convocano d’urgenza il Consiglio di Sicurezza. Il governo palestinese ha denunciato che Israele “sta compiendo un massacro” a Gaza, mentre la Turchia ha additato gli Usa come “corresponsabili” della carneficina. Ma Trump esulta e  Netanyahu ringrazia

“Un grande giorno per Israele!”, ha scritto su Twitter il presidente americano, Donald Trump. Un giorno “fantastico”, ha sottolineato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ringraziando Trump, mentre il ministro israeliano della Giustizia israeliano, Ayelet Shaked, ha definito il presidente Usa il “Churchill del 21esimo secolo” che ha “invertito la politica di capitolazione di Chamberlain” e ha mostrato al mondo che “il vero proprietario della terra è tornato”. Ma Donald Trump, il presidente del Paese più potente del mondo che riconosce nei fatti Gerusalemme come capitale unica di Israele, ha dimenticato che la risoluzione ONU 181 del 1947 disciplina lo status quo di Gerusalemme come capitale condivisa di Palestina e Israele;

che la risoluzione ONU 194 del 1948 disciplina il diritto al ritorno in Palestina dei profughi palestinesi vittime della Nakbah, nonché il risarcimento delle loro case perdute e/o distrutte;
che l’articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 sancisce il divieto di costruzione di insediamenti coloniali in territori occupati militarmente;
che il parere giuridico della Corte Internazionale di Giustizia del 9 luglio 2004 sancisce l’abbattimento del muro costruito da Israele nei Territori Occupati Palestinesi, in quanto ostacolo al diritto all’autodeterminzione del popolo palestinese, nonché la preoccupazione per l’annessione di  quote sempre più grandi di territorio palestinese all’interno dello Stato d’Israele;
che la risoluzione del Parlamento Europeo del 27 agosto 2008 chiede l’immediata liberazione dei prigionieri politici e dei bambini palestinesi (per loro vale anche la Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 2000) rinchiusi in detenzione amministrativa nelle carceri israeliane.

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