Per l’economia italiana è il momento della verità

“A differenza di molti altri paesi europei, l’Italia non ha ancora riportato la crescita economica ai livelli pre-crisi, un fallimento fondamentale che è al centro di molti dei suoi problemi politici. Ora che un nuovo governo anti-establishiment sta prendendo il potere potremo vedere se l’economia riprenderà o ci sarà un fallimento generale”. Queste sono le considerazioni del premio Nobel per l’economia Michael Spence apparse recentemente  in un articolo su “Project syndacate”.

Sia M5S che la Lega mettono apertamente in discussione i vantaggi dell’appartenenza all’eurozona;  anche se nessuna delle due parti ha esplicitamente dichiarato di voler uscire dall’euro, entrambe hanno ribadito più volte che i trattati europei possono, anzi devono, essere rivisti ed entrambe disdegnano la globalizzazione. La Lega, in particolare, è ossessionata dallle problematiche dell’immigrazione. Sul fronte interno tanto la Lega che il M5S, d’altra parte,  hanno promesso di affrontare la lotta alla mafia e alla corruzione e di rovesciare la vecchia istituzione politica, introducendo nel contempo politiche radicali per ridurre la disoccupazione e redistribuire i redditi.

In realtà non conosceremo le dimensioni precise dell’agenda M5S/Lega  finché la coalizione “populista” non inizierà a governare seriamente. Si dice che le parti vogliano ridurre il debito sovrano dell’Italia, che attualmente si attesta su un livello relativamente stabile di poco superiore al 130% del PIL. Se così fosse, sembrerebbe inevitabile un confronto di tipo greco con l’Unione Europea, con tassi di interesse e spread sul debito sovrano italiano in rapido aumento, soprattutto se la Banca Centrale Europea decidesse di non intervenire.

In tale scenario, le banche italiane che attualmente detengono ingenti importi di debito pubblico subirebbero ingenti danni di bilancio, menttendo anche a rischio i depositi.

A differenza della maggior parte dei paesi dell’area euro, la crescita nominale  dell’Italia è troppo debole per produrre una riduzione sostanziale della leva finanziaria, anche ai bassi tassi di interesse attuali. A parità di altre condizioni, un aumento dei tassi d’interesse nominali determinerebbe quindi un aumento del rapporto debito/PIL e limiterebbe ulteriormente il margine di bilancio del governo, con effetti a catena negativi per la crescita e l’occupazione. E, a differenza di gran parte dell’Europa, il PIL reale pro capite dell’Italia rimane ben al di sotto del picco pre-crisi del 2007, il che indica che il ripristino della crescita rimane una sfida fondamentale.

Il concretizzarsi di uno dei rischi che l’Italia si trova ad affrontare dipende dall’accettazione della realtà e dal perseguimento di azioni e politiche prudenti volte a stimolare una maggiore crescita da parte del nuovo governo.

La nuova situazione politica italiana, inoltre, si inserisce in un più ampio contesto di ritiro mondiale dalla globalizzazione e di crescente richiesta ai governi nazionali di riaffermare il controllo sui flussi di beni e servizi, capitali, persone e informazioni/dati. Guardando al passato, questa tendenza mondiale sembra essere inevitabile. Per anni, le forze del mercato globale e le nuove e potenti tecnologie hanno chiaramente superato la capacità dei governi di adattarsi ai cambiamenti economici.

In generale, quindi, la situazione dell’Italia non è unica. Eppure, più di molti altri paesi ha disperatamente bisogno di un programma che garantisca la stabilità macroeconomica e incoraggi una crescita inclusiva. Ciò significa più occupazione, più equità nella distribuzione del reddito e della ricchezza e più opportunità imprenditoriali.

Senza una maggiore inclusione economica, l’Italia potrebbe presto scoprire che la sua prima esportazione è costituita da giovani di talento, che si aggiungerebbero a quelli che già lavorano all’estero. I lavoratori mobili in prima linea cercheranno altrove sbocchi per le loro competenze, creatività e impulsi imprenditoriali;  l’Italia avrà perso così uno dei principali motori del dinamismo economico, della crescita e dell’adattabilità

Al di fuori degli ambienti finanziari ed economici, gli stranieri tendono a vedere un altro e importante lato dell’Italia. Vedono un paese di straordinaria bellezza che è ricco di beni immateriali, cultura e industrie creative; un paese che ospita molte delle destinazioni di viaggio più ricercate al mondo. Nel mondo accademico e in altri settori di attività di punta si conoscono i suoi centri di eccellenza in scienze biomediche, in robotica, in intelligenza artificiale; i ricercatori, i tecnologi, gli imprenditori italiani occupano un posto di rilievo nei poli di innovazione di tutto il mondo. Osservatori internazionali e italiani sembrano tutti d’accordo: l’Italia ha un enorme potenziale economico. La sfida consiste nello sbloccarlo e per farlo occorrono diverse cose.

Per cominciare, il governo italiano deve sradicare la corruzione e l’autolesionismo, dimostrando un impegno molto più forte a favore dell’interesse pubblico. I cosiddetti populisti hanno probabilmente ragione su questi problemi. E probabilmente hanno ragione anche quando affermano che una riaffermazione di una maggiore sovranità sui flussi chiave della globalizzazione è necessaria per contrastare le forze centrifughe politiche, sociali e tecnologiche che attraversano i paesi avanzati.

Inoltre, l’Italia deve sviluppare gli ecosistemi imprenditoriali che sono alla base del dinamismo e dell’innovazione. Allo stato attuale, il settore finanziario è troppo chiuso e fornisce sostegni troppo scarsi alle nuove imprese. Il commercio elettronico, i sistemi di pagamento mobile e le piattaforme di social media offrono grandi opportunità per abbassare le barriere all’ingresso e promuovere l’innovazione.

Naturalmente, con qualsiasi tecnologia digitale vi sono giustificate preoccupazioni in merito alla sicurezza dei dati, alla privacy e ai cattivi attori che tendono a manipolare le informazioni per minare la coesione sociale e le istituzioni democratiche. Questi problemi però non dovrebbero ostacolare la realizzazione dell’enorme potenziale della tecnologia digitale come motore di crescita inclusiva.

Infine, vale la pena notare che la collaborazione tra governo, imprese e lavoro ha svolto un ruolo chiave nei paesi che si sono meglio adattati alla globalizzazione e ai cambiamenti strutturali indotti dalla tecnologia. La collaborazione turttavia richiede fiducia e la fiducia si instaura gradualmente nel tempo. Senza di essa le strutture economiche si ossificano, la produttività è in ritardo, la competitività ne soffre e l’attività nel settore dei beni e dei servizi scambiabili migra altrove.

Certo, in questa fase l’incertezza sul futuro è inevitabile. Tuttavia, a meno che il paese non sia disposto a rassegnarsi alla stagnazione, non è possibile non auspicare i prossimi cambiamenti. Con un chiaro mandato in cui “cambiamento” è precisamente la parola chiave, il nuovo governo italiano potrebbe attuare un’agenda politica vigorosa, pragmatica e a lungo termine per produrre una crescita davvero inclusiva. In caso contrario, il grande potenziale del paese continuerà a non essere valorizzato.

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