Urgenza di diplomazia sanitaria globale

Gran parte del panico attuale avrebbe potuto essere evitato se i leader politici avessero adottato una diplomazia sanitaria globale, invece che misure aneddotiche e impulsive, a rischio  xenofobia e crisi economica. 

L’emergenza coronavirus ci porta a riflettere sull’urgenza di riformulare radicalmente un progetto di diplomazia sanitaria a livello globale. In effetti, la gran parte del panico che si sta diffondendo in questi giorni avrebbe potuto essere evitato, o comunque gestito meglio, se i leader politici avessero perseguito la via del dialogo e della diplomazia sanitaria, anziché adottare misure impulsive e spesso poco utili, come i divieti di viaggio.

Uno dei tratti distintivi di una politica estera efficace è la sua discrezione, il fatto che essa agisca con modalità non rumorose e senza particolari clamori. È urgente che i governi adottino un approccio di questo tipo, per arginare il crescente panico globale causato dall’epidemia di coronavirus.

Per il momento, il panico regna sovrano, e anzi continua ad aumentare. Con conseguenze devastati sull’economia e nelle relazioni interumane. Aziende tecnologiche globali come Google, Apple, Facebook e Tesla hanno temporaneamente sospeso le loro attività in Cina e hanno chiesto ai loro dipendenti di lavorare da casa. Molte compagnie aeree straniere, case automobilistiche, catene di vendita al dettaglio e di intrattenimento e istituzioni finanziarie hanno adottato misure simili. E negli Stati Uniti, gli asiatici-americani e gli studenti dei paesi asiatici stanno affrontando un’ondata di commenti xenofobi sul loro cibo, la loro cultura e il loro stile di vita. Tutto questo si sta estendendo in Europa e in queste ultime ore in Italia.

Inoltre, molti paesi si sono uniti agli Stati Uniti nel rifiutare temporaneamente l’ingresso ai cittadini stranieri che hanno recentemente viaggiato all’interno della Cina. Eminenti esperti di salute globale sostengono tuttavia che politiche restrittive come queste, che di solito sono riservate a situazioni di pericolo di vita, difficilmente fermeranno la diffusione di quello che l’OMS ha ora battezzato COVID-19.

Anche le piazze finanziarie subiscono in maniera violenta le conseguenze di questa situazione.  La maggior parte dei titoli cinesi ha mostrato un brusco calo quando le negoziazioni sono riprese dopo le vacanze del Capodanno, con alcuni indici di mercato che hanno subito i maggiori cali in un solo giorno di quanto non abbiano fatto in un decennio. Poiché la Cina è la seconda economia più grande del mondo, queste perdite finanziarie avranno un impatto globale.Inoltre, l’impatto dirompente del COVID-19 sui mercati del lavoro, sui viaggi e sulla produzione di fabbrica danneggerà le operazioni delle aziende globali che dipendono dalla forza produttiva e dalle catene di fornitura della Cina. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente dichiarato che l’epidemia è un’emergenza sanitaria globale. Questa crisi ci ricorda perché è importantissimo che i governi considerino la salute come una componente essenziale della politica estera. In effetti, gran parte del panico attuale avrebbe potuto essere evitato se i leader politici avessero perseguito la diplomazia sanitaria globale. È vero che in alcune occasioni i governi hanno riconosciuto il ruolo della salute come strumento cruciale di politica estera, come ad esempio nella dichiarazione ministeriale di Oslo del 2007 sottoscritta dai ministri degli esteri di Brasile, Francia, Indonesia, Norvegia, Senegal, Sudafrica e Thailandia. Ma l’applicazione di questa idea è diventata sempre più difficile a causa dell’ascesa globale del nazionalismo di estrema destra, che rende sempre più difficile alla diplomazia mantenere relazioni amichevoli e di collaborazione con Paesi che, al contempo, sono demonizzati dai loro stessi governi.

L’efficacia di politiche estere impulsive volte ad affrontare il COVID-19, come il divieto di viaggiare e la sospensione delle attività economiche, non solo non sono supportate da prove scientifiche, ma rischiano di rivelarsi dannose nel lungo periodo. Al contrario, il soft power, o la capacità di un Paese di plasmare le preferenze degli altri attraverso la persuasione e la diplomazia, spesso è molto più efficace. Tre delle strategie che probabilmente si riveleranno più efficaci nell’affrontare il COVID-19 (e tutte le future epidemie) richiederanno invece ai governi e agli altri attori di cooperare più strettamente, di stabilire una profonda fiducia reciproca e di sviluppare piattaforme che promuovano la libera diffusione di dati scientifici basati sull’evidenza.

In un mondo globalizzato, non possiamo permetterci di ignorare i rischi per la salute che sorgono in altri Paesi. I governi dei Paesi ricchi, in particolare, non dovrebbero quindi considerare l’aumento della globalizzazione e dell’interdipendenza come fenomeni puramente economici che consentono alle aziende di stabilire operazioni di produzione e di fornitura nelle economie a medio e basso reddito. I Paesi privilegiati hanno anche la responsabilità di stabilire meccanismi di sostegno che aiutino gli altri ad affrontare le minacce emergenti per la salute. E che, in un mondo così strettamente interconnesso, non possono mancare di colpire tutti. 

Di fronte a un’epidemia globale come il COVID-19, i leader politici dovrebbero essere guidati dall’evidenza scientifica e da un profondo senso di umanità, non da aneddoti e xenofobia. Una diplomazia sanitaria globale illuminata potrebbe salvare innumerevoli vite.

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