7 Dicembre 2022 8:02
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Europa al bivio

Europa al bivio

Dobbiamo ricorrere alla Storia per ricordare e capire la strada in salita  finora percorsa, gli sforzi, l’impegno e i sacrifici fatti da tutti noi per riunire sotto un’unica bandiera 27 paesi europei. 

La generosità talvolta non soltanto è un buon sentimento, ma segno di visione politica, di intelligenza strategica aperta a più ampie prospettive. Era il 24 agosto 1953. A Londra, 21 paesi (Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Francia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana, Jugoslavia) ratificarono l’Agreement on German External Debts, l’accordo sul debito estero della Germania e sul debito di guerra dovuto alle tre potenze vincitrici della seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna), un conflitto che la Germania e il regime nazista avevano provocato e dal quale erano usciti sconfitti. L’accordo di Londra dimezzò il debito della Germania federale, salvandola da sicuro default, consentendole la ripresa economica e di entrare a far parte di tutti i più importanti organismi internazionali, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. 

Cancelliere tedesco in quel 1953 era Konrad Herman Josef Adenauer, uno dei padri dell’Unione Europea. Gli anni 1951-1953 furono centrali per l’avvio di alcune tappe fondamentali di questa unione: nel 1951 era stata istituita la CECA – Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, nella convinzione che solo la condivisione di alcune risorse strategiche potesse assicurare benessere e neutralizzare scintille di ulteriori conflitti; nel luglio del 1952 il trattato CECA entra in vigore. Jean Monnet è nominato presidente dell’Alta Autorità e Paul-Henri Spaak presidente dell’Assemblea Comune. Il 9 marzo 1953 Paul-Henri Spaak, consegna al Presidente del Consiglio CECA un progetto di trattato istitutivo di una Comunità politica europea, che si realizzerà nel 1957 con i Trattati di Roma tra Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, nucleo fondativo dell’Unione attuale, che si è progressivamente allargata a 27 paesi. 

È in questo clima, all’interno di questo progetto, che si decise di condonare alla Germania dell’Ovest metà del suo debito e di consentirle di rimborsarlo in trent’anni. Fu generosità? No, fu strategia politica, fu visione di un progetto molto più ampio. Un progetto che prevedeva, innanzi tutto, la fine di ulteriori conflitti nel Vecchio Continente. La memoria delle conseguenze del Trattato di Versailles alla fine della Prima guerra mondiale (1919), quando alla Germania, anche quella volta sconfitta, era stato imposto di pagare riparazioni di guerra talmente onerose e implacabili da suscitare nel giro di poco più di un decennio di disperazione, umiliazione e rancore, la reazione rabbiosa del Nazismo e del secondo conflitto mondiale, era rimasta impressa nella visione degli statisti e dei Padri dell’Unione europea. Un progetto che prevedeva, inoltre, un grande mercato comune, in grado di sostenere le sfide della globalizzazione e di assicurare ai propri cittadini sicurezza e benessere.  Essere “generosi” con il debito tedesco significava rendere fattibile l’idea di un’Europa democratica, prospera e finalmente unita. 

Ricordare questi eventi è importante in questi giorni, in cui la pandemia del Coronavirus ha colpito duramente l’intero pianeta, ma ancora più duramente alcuni paesi come l’Italia, la cui fragilità economica rischia di esplodere tragicamente se la solidarietà europea non si realizza pienamente e con “generosità”. Ancora una volta la parola è riproposta, non come invito ad un buon sentimento, ma come strategia politica. La proposta italiana e francese di emettere degli Eurobond, ossia degli strumenti finanziari che consentano un debito garantito da tutti gli Stati europei, è per ora bocciato dall’oltranzismo negativo di alcuni paesi del Nord Europa, in primo luogo proprio la Germania e i Paesi Bassi. Una posizione “ingenerosa”, i cui rischi sono gravi tanto a livello politico che a livello economico, non soltanto per l’Italia, ma anche per quegli stessi Stati che la sostengono. 

In questa situazione in cui siamo tutti coinvolti, il crollo di fiducia nell’Europa tra i cittadini di uno degli Stati più importanti dell’Unione, oltre che in una situazione di oggettiva disperazione economica, potrebbe degenerare in avversione esplicita e condivisa all’intera costruzione europea. Altri Stati potrebbero trovarsi in una situazione non dissimile dall’Italia, con analoghe conseguenze. La miopia e l’”egoismo” dell’Europa, secondo l’espressione utilizzata da Emmanuel Macron, potrebbe trasformarsi nel crollo stesso dell’intero progetto europeo e del Mercato economico ad esso connesso. Tutti gli Stati ne avrebbero conseguenze negative, a lungo e a medio termine. Non solo. Anche a livello più ravvicinato, quegli stessi Stati che più si dimostrano ingenerosi e “egoisti” nei confronti dell’Italia perderebbero molto dalla retrocessione dell’economia italiana. 

Come suggerisce Ferruccio de Bortoli in una sua recente analisi sul “Corriere della Sera”, basterebbe sfogliare un breve documento pubblicato dal National bureau of economic research di Cambridge MA. Scrive De Bortoli: “L’Italia perde ogni anno circa 20 miliardi di euro di imponibile sui profitti realizzati da multinazionali italiane con sedi in paradisi fiscali, di cui 17 in paesi europei. Amsterdam è la preferita”. 

Marina Geat

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