L’uomo e le altre specie, fra competizione e unione  

Cosa possono insegnarci le piante e in generale gli altri sistemi biologici: il rapporto con l’ambiente e la gestione delle risorse  

Anche quest’anno con modalità diverse dovute al Covid-19 si è svolto a Trento il XV Festival dell’Economia voluto molti anni fa dall’economista Innocenzo Cipolletta e dall’editore Giuseppe Laterza. Uno dei format di quest’anno è stato dedicato a “Intersezioni” dove i due “padri” del Festival hanno dialogato con Stefano Mancuso, uno dei neurobiologi più famosi a livello internazionale, su cosa possono insegnarci le piante e in generale gli altri sistemi biologici, in particolare per quanto riguarda il rapporto con l’ambiente e la gestione delle risorse.

L’uomo ritiene di essere superiore a ogni altra forma di vita. Ma è davvero così? Secondo il neurobiologo Stefano Mancuso “è un’idea davvero immarcescibile. Nessun uomo negherebbe che le capacità umane sono incommensurabilmente diverse rispetto a quelle degli altri esseri viventi. Nessun animale o vegetale, direbbe ciascuno di noi, è in grado di partorire ad esempio una Divina Commedia o una Teoria della Relatività. Ma in termini biologici questo giudizio non ha senso. Ogni organismo si definisce infatti in base all’obiettivo che si prefigge. E l’obiettivo più importante è la propagazione della specie, per ogni specie. Se questo è l’obiettivo, l’uomo come si colloca in questa sorta di ‘gara’ alla sopravvivenza? Consideriamo che la vita media di una specie sulla terra è di 5 milioni di anni. La specie umana, intesa come Homo Sapiens, è sulla terra da soli 300.000 anni. Per arrivare alla media delle altre specie viventi dovremmo vivere dunque per altri 4.700.000 anni. Siamo certi di riuscire a farcela? Quasi tutti diremmo di no. La quantità di disastri che abbiamo combinato e continuiamo a combinare all’ambiente è tale che difficilmente ce la faremo”.

L’idea di fondo dell’uomo è che la competizione giovi alla specie in quanto tale. È un’idea che l’economia ha contribuito a rafforzare e divulgare. “L’economia ritiene che la competizione possa fare emergere le soluzioni migliori, di cui poi si avvantaggiano tutti, secondo l’economista Cipolletta, ma nel 700 si riteneva anche che l’economia fosse utile nel momento in cui consentiva di produrre beni  richiesti dagli altri. Questo ci conduce ad un’idea di interdipendenza che è a sua volta molto presente nella scienza economica, e ad una visione maggiormente ‘ecologica’, secondo la quale in un sistema tutto si tiene”.

Economia ed ecologia hanno una radice – linguistica – comune, e rispondono alle stesse leggi. Moltissimi fra i primi darwiniani avevano una formazione economica o anzi econometrica. L’oggetto dei loro studi è l’evoluzione e l’evoluzione ha come obiettivo di trovare le soluzioni di volta in volta migliori. Talvolta queste soluzioni possono arrivare attraverso la competizione, ma spesso sono il frutto di unioni e fusioni. Per Mancuso “lo straordinario insegnamento della biologia  è questo. L’unione di due cellule, di due elementi diversi, produce un organismo più complesso, una cellula eucariota. L’evoluzione in ambito biologico è prevalentemente un prodotto di unione, di simbiosi”.

Venendo agli scenari attuali, la pandemia di Covid-19 ha dimostrato che il concetto di nazione non esiste, è puramente artificiale. Il virus è partito da una città cinese e oggi lo si ritrova ovunque, grazie ad una diffusione che è stata rapidissima. Questo sembrerebbe deporre a favore di un approccio ai problemi maggiormente basato sulla cooperazione e, appunto, l’unione. “Ma le nazioni, sostiene Cipolletta, non sono consapevoli di questo. La crisi non sta producendo un nuovo governo mondiale. L’Oms, l’organizzazione mondiale della Sanità, un organismo sovranazionale, è stata fortemente delegittimata dagli Usa. La ricerca scientifica viene sviluppata all’interno delle singole nazioni con l’obiettivo di produrre un vaccino che serva in primo luogo ai propri cittadini. Il sovranismo spinge a chiudere i confini non solo nazionali, ma regionali”. L’idea di un governo globale, in grado di rispondere efficacemente a crisi come questa, è insomma più che mai lontana.

Per tornare alla biologia, in una comunità di piante le conoscenze, le informazioni di cui dispone ogni singolo elemento sono comparabili con quelle di tutti gli altri. Nessuna singola pianta ne possiede “in più” rispetto alle altre. Quindi, in effetti, in natura, “uno vale uno”. Nella teoria economica classica, quando si presuppone che ogni homo oeconomicus disponga delle stesse risorse ed informazioni per competere liberamente sul mercato, ci si avvicina a questo modello. Ma quando dalla teoria si passa alla realtà, è evidente che ad esempio il gestore di una banca sa di finanza molto di più di un qualsiasi risparmiatore, così come è ovvio che un medico dispone di un bagaglio di conoscenze specifiche molto maggiore rispetto a quello di un paziente.

Così, non solo gli uomini sono diversi, ma se ci spostiamo nell’universo della biologia l’uomo non è uguale alle altre specie, è un superpredatore, che consuma una quantità infinitamente superiore di risorse. Secondo il neurobiologo Stefano Mancuso “noi stiamo consumando risorse che sarebbero toccate alle generazioni future.  La terra è un sistema chiuso. E se in un sistema chiuso continuiamo a consumare senza misura, le risorse finiranno. Nessuna altra specie lo farebbe. Nessuna comunità di piante consumerebbe tutte le risorse che le sono necessarie”.

La soluzione non è né il “pessimismo radicale” né il ritorno al Medio Evo. La tecnologia, ha osservato Cipolletta, offre una risposta a questi problemi basata sull’efficienza. Tuttavia, l’efficienza delle tecnologie aumenta a sua volta la domanda di beni e di materie prime da consumare. La soluzione, quindi, secondo Mancuso, non può fondarsi sulla mera efficienza tecnologica. Sembra inevitabile che metta al centro dell’attenzione l’organizzazione dei rapporti fra le comunità umane e fra l’uomo e le altre specie viventi.

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