La finta decolonizzazione, l’Europa e la svolta del coraggio

Il G40, una provocazione culturale dell’economista Pasquale Persico per affrontare il tema Afghanistan con una prospettiva nuova. Un messaggio per Draghi che ha intrapreso la strada dell’iniziativa. Ora, per dare valore alle riflessioni, occorrono azioni strategiche capaci di fare emergere una visione credibile. Non basta più il tifo dei sostenitori del giorno dopo.

L’ambasciatore Guido Lenzi ha già parlato di finta decolonizzazione: “Da astratto, invocato attraverso i secoli da visionari di diversa estrazione quali l’Abate di Saint-Pierre, Kant, Victor Hugo, Coudenhove-Kalergi fino al Patto Briand-Kellogg, il perseguimento di una pace perpetua di stampo illuminista occidentale sembrò potersi finalmente realizzare sulle macerie di una guerra civile europea di portata globale, nella convinzione di poterne estrarre un nuovo sistema di rapporti internazionali. La fase successiva, derivata anch’essa dalla Carta dell’Onu (che con appositi protettorati ne controllò direttamente l’avvio), fu il processo di decolonizzazione sospinto dagli Stati Uniti (non si dimentichi la crisi di Suez nel 1956) e sobillato dall’Unione Sovietica (che ne approfittò per procedere in direzione opposta, da Budapest, in quello stesso anno, fino all’impresa per lei terminale in Afghanistan). Si trattò di un processo precipitoso, che lasciò (non provocò, come afferma chi ha sempre da ridire) delle zone di anarchia, dei regimi personali o apertamente dittatoriali, risoltisi col tempo negli Stati falliti ai quali siamo oggi confrontati”.

Questa breve premessa per fare luce sul tema della umiltà che dovrà mostrare Draghi non solo al G20 straordinario ma anche ad un ipotetico G40 allargato ad altri Stati minori per far riconoscere le nazioni del G7 come interlocutrici di una svolta diversa da quella che la storia racconta. Il G40 di cui parlo è una provocazione culturale che vuole inquadrare la problematica Afghanistan in una visione nuova rispetto alla consumata reputazione di Onu e Nato.

Non a caso avevo già segnalato – ancor prima che i media di qualche giorno fa parlassero di Mario Draghi come statista in campo – che la strada del dopo Draghi, dello stesso Draghi è ancora lunga. La missione affidatagli da Mattarella ancora in esecuzione, si complica: non era previsto il suo ruolo di salvatore dell’Europa. Le tre parole chiave, di cui parlavo nel mio precedente articolo, sono riemerse a proposito della sua iniziativa di un G20 straordinario: conoscenza, coraggio ed umiltà.  La parola umiltà è la parola che ha illuminato tutto il suo primo percorso di presidente del Consiglio. Questa era poggiata sul momento del silenzio e sul momento della presenza in ascolto

Il G20 di cui si parla è, invece, il momento del confronto ed il momento della riflessione per cambiare la percezione ancora persistente di cui parlava l’Ambasciatore Lenzi. Egli dovrà allontanare il dominio del rumore connesso alla grave crisi dell’Afghanistan fino a proporre un allargamento del momento del confronto estendendo il G20,  con l’intento di moltiplicare la percezione di umiltà di cui ha bisogno l’occidente, rinunciando definitivamente al tema dei muscoli senza bussola. Solo questa strategia intermedia potrebbe portare a risultati confortanti del G20 programmato, a presidenza italiana, in ottobre.

Accettando l’ascolto come pausa strategica e comportamentale, egli potrà far salire l’efficacia della iniziativa europea concordabile nel G7, dopo aver già consumato il potenziale del G7 straordinario. Esplorare il valore condiviso del G20 fino a proporre altre occasioni di inclusione, consente a questa parola di essere riconosciuta come strategia credibile. Una proposta  di un G40 di nuova istituzione rende esplicita la critica alla storia già vissuta delle strategie dell’Occidente ed apre nuovi spazi per la  mediazione edificatrice del nuovo programma da condividere.

La  strada della fattibilità delle azioni da statista deve fare emergere le altre parole chiave: conoscenza e coraggio.

Il momento della riflessione sulla debolezza dell’Europa è arrivato e i salvatori  o fondatori di una nuova Europa devono appartenere alle nazioni del coraggio. Draghi ha intrapreso la strada dell’iniziativa, che può sembrare audace, ma per dare valore alle riflessioni occorrono azioni strategiche capaci di fare emergere una visione credibile. Non basta più  il tifo dei sostenitori del giorno dopo.

Le nuove azioni hanno bisogno di supporti incredibilmente innovativi e Draghi li sta cercando non solo in Europa, fino a consolidare l’idea che il dopo Draghi non potrà che essere Draghi statista europeo, se questo percorso di cui parlo si consolida come strategia che mette in discussione la storia della decolonizzazione, fino ad iniziare una nuova storia dove la finalità non è solo lo sviluppo di accordi commerciali e/o militari.

Ritorna forte il pensiero di A. Camus,  il controllo sulle risorse strategiche connesse al desiderio di armamento per la sicurezza delle potenze mondiali deve passare in secondo piano e deve emergere la proposta politica di un sincero desiderio di civiltà plurale, senza ostacoli al tema della immigrazione necessaria e salutare per le ibridazioni fertili, di cui soprattutto  l’Europa ha bisogno.

L’Europa in questa direzione è fragile, ma il coraggio di appartenere alla storia  diventa componente strategica per una condivisione larga ancora difficile da fare emergere

 

Pasquale Persico

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