I nuovi sindaci metropolitani lontani dai progetti strategici europei

Secondo l'economista Pasquale Persico i nuovi sindaci, metropolitani, non sono ancora nati e quelli dei capoluoghi dovranno ammettere che molti temi strategici non stanno nei loro programmi. Gli standard urbani, quindi, non sono “connessi” al più autentico risveglio.

Nel bel libro di Donatella Di Cesare – “Sulla vocazione politica della filosofia” – la parola chiave risveglio è posta al centro della riflessione profonda su come procedere con gli abitanti della città e dell’altra città per portarli fuori dal sonnambulismo che la  narcosi di luce della globalizzazione dominante ha provocato, e che la pandemia ha aggravato, chiudendo le nazioni nel pensiero della immunizzazione difensiva e della integrazione controllata. La parola risveglio va coniugata in tutte le sue valenze a partire dalla presunta efficacia delle risorse che il Pnrr destina alle città metropolitane ed alla transizione ecologica. Nei programmi elettorali dei sindaci metropolitani c’è “poco” approccio strategico su come moltiplicare le risorse del Pnrr e vi è assenza dell’impegno politico nel ragionare in termini di macroaree capaci di indurre a fare un salto qualitativo (e di efficienza) fino al tema dell’integrazione propositiva dell’area “Euro Mediterranea”, che va ben oltre le argomentazioni  del dualismo Nord-Sud.

Per la Di Cesare non si può abbandonare il sogno di una civiltà plurale invocata da Albert Camus e  scolpito nel Manifesto di Ventotene: deve risorgere il pensiero filosofico che denuncia il racconto in campo sul  futuro delle città. Nel suo linguaggio,  il filosofo rientra con nuovi dubbi  sulla parola città e la ridefinisce in termini di nuova immaterialità concettuale, per interrompere lo stato di veglia apparente sulla manutenzione da fare, nei fatti un sonnambulismo catastrofico, che porta l’Europa e le sue città, e molte altre nazioni, ad uscire dalla storia.

La filosofia riposizionata chiama la politica all’azione e la politica non potrà rinunciare ad una visione rivoluzionaria, la cittadinanza attiva deve interrogarsi sul risveglio necessario. La filosofia e la politica negli ultimi anni hanno camminato a braccetto rinunciando a percepire su quale soglia attestare il loro ruolo. Il risveglio del sociale, ma anche dell’individuo, riguarda la necessità di percepire la necessità di appartenere alla storia. Se la collettività sognante non riconosce la storia a cui vuole appartenere e sopravvive in un fluire stagnante, percepito come innovazione, ma stazionario nella sua evoluzione sociale, in termini di nuovi bisogni da soddisfare, allora la parola risveglio deve stare con un significato diverso nei piani strategici delle città.

Nei programmi politici dei sindaci candidati le risorse del Pnrr vengono richiamate più volte, ma i progetti ad esse associate hanno poca visione, assenza di immaginario creativo, ma, soprattutto, non tengono conto della domanda innovativa che viene da una Europa che tenta di coniugare, nella nuova contemporaneità, il paradigma fragilità e coraggio.

Il tentativo da fare, allora, è quello di uscire da un’epoca chiusa e conclusa (il ritiro dell’Occidente da Kabul è un segno forte di questa affermazione). Se la nuova città europea dovrà vivere una  vita nuova, ci dovrà essere un nuovo modo di vedere come il nostro passato di città dovrà irrompere nel presente e nel futuro. Il filosofo deve ispirare la politica e farla diventare collezionista del nuovo; il  collezionista, sindaco sovversivo, nelle metropoli di area vasta (città ed altra città insieme) dovrà farsi riconoscere non per i suoi impulsi utopici disordinati, ma per la sua nuova visione dell’oltre a cui far riferimento dopo il risveglio. La politica nuova dovrà saper valutare il valore strategico dei criteri di selezione del Pnrr fino a trarre ispirazione, per dare un giudizio di coerenza con il sogno di cui abbiamo parlato.

La filosofia insieme alla politica dovrà fare un inventario delle antiche sconfitte, nella polis, diventata altra infrastruttura complessa, non più inclusiva, non più partecipativa, non più capace di produrre nuove economie di scopo e di diversità. Impoverita in termini di beni relazionali diffusi, di immaterialità strategica ( ricerca, istruzione, sanità e partecipazione cognitiva), la città ha bisogno di essere ripensata in termini di organizzazione e nuova enciclopedia sociale; essa dovrà essere capace di mettere in cerchio di apprendimento una nuova società plurale, attiva nel  rompere le rivalità connesse alla vecchia identità, fino a  moltiplicare i salti culturali necessari a vivere in comunità aperte,  creative e partecipative.

Fulvio Iraci, nella primavera dello scorso anno, ci invitava, dalle pagine del Sole 24 Ore, a visitare la Biennale di Architettura di Venezia a partire da Palazzo Zorzi, dove si può osservare la mostra sul come fare rinascere la città di Mosul. Il nome dello studio che propone il progetto invita a fare ponti, il suo nome è un numero, (2050+), un  richiamo al tempo necessario affinché le nuove specificità e la  dialettica sul come andare oltre, abbiano la possibilità di essere dominanti.

Come vivremo insieme nelle nuova città? È la domanda forte della Biennale; le risposte sono nascoste nella storia delle città, direbbe Deleuze: illuminiamole, se vogliamo  scoprire le connessioni con il futuro. Il viaggio da rifare nelle città del mondo dovrà fornire la visione di un affresco planetario sulle inquietudini dei luoghi. Bisognerà saper leggere, per Iraci, i temi non risolti da questo trapasso d’Era; devono emergere con sincerità percepita, aggiungerei, i perché delle tante guerre ancora in campo e delle esplosioni inimmaginabili, spesso rimosse, di tante disuguaglianze. Queste, oggi riappaiono, aggravate dall’incubo di pandemie in arrivo non disconnesse da quelle già esistenti. Non basterà l’architetto a garantire il “patto” necessario sul nuovo spazio urbano. Il contratto sociale dello scorso secolo va rivoluzionato e la filosofia della città che verrà deve emergere come ricerca da fare per tutte le discipline. Uscire, appunto, dalle singole discipline per un risveglio delle stesse, sapersi riconoscere, come in-disciplinati,  diventa un presupposto per un coro plurale di nuova urbanità.

I nuovi sindaci eletti, metropolitani, non sono ancora nati e quelli delle città capoluoghi dovranno ammettere che questi temi non stanno nel loro programma, la loro filosofia strategica non ha recepito nemmeno quelli delle passate edizioni delle due ultime biennali: “Lo spazio comune” e “ Lo spazio Libero”. Gli standard urbani del loro programma elettorale non sono connessi al risveglio di cui si parla.  E allora?

Allora il punto interrogativo rimane e diventa un invito ad una mobilitazione per partecipare al progetto di cui parla la Di Cesare,  fino a licenziare definitivamente ogni  curatore fallimentare della specie umana che impedisce di fare domande sul futuro delle città metropolitane (città ed altra città insieme), spesso nascosto nella fattispecie del sindaco nuovo. L’immaginario serve anche a filtrare l’assolutismo delle scienze, per evitare che l’etica e la cultura del possibile non siano al centro del progetto di risveglio,  per entrare  nella storia che verrà dalla porta principale.

 Pasquale Persico

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