Alla ricerca della civiltà plurale

Che cosa resta della lezione della Merkel? La transizione tedesca procederà a passo lento, si prospetta una politica economica europea non idonea ad affrontare i temi della nuova globalizzazione.

L’uscita della Merkel dal campo attivo e i primi discorsi dei leader sul dopo elezioni tedesche rendono esplicito  il  segno di un allontanamento della prospettica di una politica economica europea non adattiva, non  euclidea; si consolida, invece, una visione non idonea ad affrontare i temi della nuova globalizzazione: il rischio in più settori – ambiente, sanità, sicurezza, perdita di democrazia e condivisone – richiede una visione larga e forte, dove  la distanza tra immaginario desiderato e politiche economiche connesse  sia  percepibile come proposta politica da condividere. La pandemia ha reso esplicito il  rischio come rumore vivo e  non ci fa più pensare che la distanza di cui si parla – dalla politica desiderabile – sia  una variabile euclidea, cioè raggiungibile. La riscrittura del contratto sociale, di cui parla Ezio Mauro su “la Repubblica”, riguarda l’intera Europa e non solo le singole nazioni fondatrici. Il gioco delle tre carte sul nuovo asse che dovrà guidare la metamorfosi istituzionale, con il contributo di Francia, Italia e Germania, non può prescindere dal capire – e, paradossalmente, aiutare – la transizione della Germania. La pandemia ci ha mostrato che il suo effetto non ha riguardato solo la salute, ma ha investito l’intera organizzazione sociale delle singole nazioni.

Alcuni commentatori tedeschi hanno addirittura ipotizzato che la forza dell’economia della Germania è attutita da una generale arretratezza della governance strategica in termini di resilienza (ad esempio, la comunicazione delle decisioni da prendere nel settore sanitario viaggia ancora con il fax in molte parti della pubblica amministrazione tedesca). In Italia, Giorgetti per la Lega e la sua coalizione, e Letta, per il Pd e il centrosinistra, nel commentare i risultati delle elezioni in Germania, hanno anticipato in maniera, per così dire, un po’ “arcaica” la loro visione del come vivere il futuro dopo la fase Draghi, rappresentando il presente come governo di necessità.

Ambedue, forse, non avevano considerato approfonditamente (anche) gli articoli chiave di “Affari e Finanza” de “la Repubblica”, nello stesso lunedì delle loro dichiarazioni. La sequenza parla da sola: lo Stato italiano è il primo banchiere, 500 miliardi tra prestiti e garanzie/Rinnovabili al palo e dominio della speculazione, bollette in aumento/ Ilva, Ast e Piombino: l’acciaio è italiano ma manca un piano nazionale ed europeo/ la Banca mondiale e la fine del Doing Business, non bastano i prestiti per rilanciare i Paesi a basso reddito/Il silenzio sociale sulle  manovre della finanza e delle fusioni. E potremmo continuare per sottolineare che gli argomenti di riforma da affrontare in Italia ed in Europa sono di una tale complessità che non possono essere affrontati con slogan affrettati: “Draghi al Quirinale ed elezioni” per Giorgetti è la soluzione più efficace; “Dalla crisi si esce a sinistra “ per Letta.

Il genio tattico della Merkel ha giocato con le paure della destra e la lungimiranza necessaria; ha affrontato il tema del Pil Demografico aprendo all’immigrazione di qualità e alla solidarietà necessaria, ha aperto, inoltre,  il varco per una politica fiscale europea, con l’ Italia massima beneficiaria e la Germania disponibile all’indebitamento.

Allora? Allora il governo “di necessità” ed il Quirinale devono trovare un nuovo tandem, allargando la visione della destra e della sinistra tradizionale; il bipolarismo nella storia recente degli Usa e della Gran Bretagna, per non parlare dell’Italia, non ha migliorato l’efficacia e l’efficienza delle istituzioni; sono stati proprio i partiti a concentrare il potere decisionale nelle segreterie ristrette, minando fortemente il respiro democratico delle istituzioni periferiche, e comprimendo gli spazi delle autonomie locali, ormai rese deboli dalla crisi fiscale dello Stato.

La riflessione sul nuovo patto sociale in Italia con respiro europeo è appena cominciata ed anche la Germania, europeista sicura: occorre una riflessione fuori dallo schema sinistra o destra; il tema della cooperazione multilaterale ha bisogno di rilanciare le economie dei continenti e delle nazioni, rivisitando, in profondità,  le inclusioni e le disuguaglianze, rivoluzionando l’attuale visione del welfare degli Stati nazionali  troppo ingessati, e non sempre  rispettosi del principio della sostenibilità e dell’equità.

Nessuno si salva da solo, vale anche per le visioni della sinistra e della destra del secolo ormai lontano; la civiltà plurale non può continuare ad essere un sogno.

Pasquale Persico

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