3 Febbraio 2023 13:35
HomeEconomia e FinanzaNessun partito si impegna a creare un modello di governance per controllare il debito

Nessun partito si impegna a creare un modello di governance per controllare il debito

Nessun partito si impegna a creare un modello di governance per controllare il debito

Il modello di governance e di government da immaginare è quello capace di produrre il nuovo della politica nella storia che verrà.

Il concetto di debito buono – che dovrebbe ispirare la responsabilità politica delle proposte elettorali -tende a sparire a favore delle promesse di breve periodo orientate ad allargare, appunto, il debito enorme dell’Italia che verrà. Il ragionamento già viene dalla storia passata (in cui viaggiavano insieme disoccupazione ed inflazione): alimentando l’inflazione con altro debito non connesso alla prospettiva di abbassarlo, provoca (sempre) ancora inflazione, ma, soprattutto, fa aumentare il costo degli investimenti produttivi; la qualità dell’investimento, quindi, viene spiazzata come “decisione ponte” a favore delle mance elettorali (chiamate di emergenza).

Draghi ha inaugurato una direzione giusta: mirare alla crescita e creare le condizioni per finanziare il debito con il gettito derivante dalla maggiore crescita e dai tentativi di non fare spesa orientata dal consenso. Il tutto andando incontro al dettato del Pnrr: cercare di elaborare un nuovo modello (con le riforme e le strategie) di governance necessaria. La governance richiesta dovrebbe produrre la comunicazione giusta: attivare per l’Italia e l’Europa la nuova agenda di sviluppo per il Sud Italia e per un Mediterraneo europeo e plurale.

Manca, però, una governance interistituzionale. Il tema del rapporto delle aree del Nord con quelle del Sud è un problema sempre attuale e prevede la prospettiva di dialogo tra  “moderati situazionisti”, che auspicano la nascita di un movimento – tra il Nord e il Sud Italia – capace di andare oltre le contrapposizioni stupide, create ad arte, ma senza alcun fondamento (vedi il tema delle autonomie regionale) teorico.

Parlare della crisi italiana – e, quindi, del Nord senza dovere parlare del Nord come una forma di contrapposizione al Sud – sarebbe  già un bel passo strategico; il rapporto tra Nord e Sud viene dopo l’ipotesi di un percorso potenziale per dare al Nord una nuova soggettività politica, economica ed istituzionale.

Ecco, allora, l’inquietudine di Draghi che persiste: la globalizzazione morde, diventa vorace perché si è legata fortemente alla finanza aggressiva ed anarcoide: accompagnare la produzione ed i bisogni non è lo scopo della globalizzazione come appare oggi: bisogna  organizzarsi, allargando lo spazio politico delle nazioni.

Occorre, poi, aggiungere che il Nord – come il Sud – non è più in grado di declinare tre paradigmi importanti: identità e sviluppo; identità e diversità; semplicità e complessità. Ben vengano, allora, studi e ricerche che si pongono problemi di “riterritorializzazione”. Però, il  ritornello nuovo da inventare deve poter essere danzato, cantato, interpretato e rappresentato dalle mille identità che la storia ha insediato nella Padania, sempre connesse a reti lunghe.

Senza una piena consapevolezza delle ragioni degli insediamenti relativi alla geomorfologia dei luoghi non si va da nessuna parte. Si tratta di inventare una nuova città, parafrasando Dario Fo, e la città da inventare difficilmente sarà la città che controlla il territorio di confine; il modello di governance e di government da immaginare è quello capace di produrre il nuovo della politica nella storia che verrà.

Purtroppo, resilienza e compliance (non solo flessibilità) non appartengono al linguaggio socioeconomico (si veda la reazione al piano di risparmio energetico).

Ecco, seguendo il ragionamento sul debito buono, il tema del modo in cui il Nord prova a stare nel mondo (e direi nel cosmo, per essere contemporanei) deve essere messo in sequenza logica con il tema del modo di stare in Europa (prima che dello stare in Italia). È chiaro che l’eventuale sussidiarietà del Nord verso il Sud e del Sud verso il Nord (come è stato negli anni del miracolo economico) diventano argomenti importanti della nuova economia politica europea, tutta in coerenza con quella nazionale, che persegue un debito strategico da controllare, perché necessario.

Pasquale Persico

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